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Il problema dei social sono i social stessi

Perchè il problema dei social sono sempre di più i social stessi.
(Spoiler: a sto giro i boomer non c’entrano)

I social sono una delle espressioni chiave del neoliberismo contemporaneo. Sapevatelo.

Nel mondo neoliberista, dominato dalla logica dei mercati perfetti ed efficienti, cioè il nostro mondo, lo scopo di qualunque azione deve essere intrinsecamente motivato dall’unica ragione che la moderna antropologia attribuisce alla natura umana: l’arricchimento individuale (sia esso in forma di profitto o potere).

Ecco quindi che i social a oggi rispecchiano in modo totale e perfetto questa visione ed espressione della nostra società.

È decisione unica e irreversibile del dio Algoritmo quali contenuti mostrare, quali contenuti mostrarCI e quindi con quali contenuti monetizzare.

Basti pensare a come ogni aspetto della nostra vita, dalla nascita alla morte possa essere totalmente riconducibile e ascrivibile a un trend di TikTok.

Pensiamo alle influencers diventate tali, e quindi milionarie, dopo averci mostrato gravidanze e nascite e pannolini e quant’altro, ai ballettini davanti ai funerali dei parenti, a fenomeni come lo sharenting, o la spettacolarizzazione dei DCA attraverso video e altri horror trend sempre TikTokiani.

Si TikTok è il mostro più mostro dei social perchè questa piattaforma è letteralmente esplosa durante la pandemia: a partire dal gennaio 2021 infatti la piattaforma ha registrato ben 689 milioni di utenti attivi al mese in tutto il mondo, per raggiungere lo stesso risultato Instagram, ad esempio, ha impiegato 6 anni dal lancio. (dati Web Project Group  2021) A oggi questa piattaforma lancia trend che agganciano 1,677 miliardi di utenti globali nel 2023, con 1,1 miliardi di utenti attivi mensili in una fascia d’età che va soprattutto fra i 9 e i 24 anni e tutto questo senza nessun controllo da parte della piattaforma stessa e nessuno studio sociologico/psicologico a supporto. I ricercatori stanno iniziando solo ora indagini e studi comportamentali per cercare di venirne a capo, per capire che razza di comunicazione veicolino tutti questi “balletti” (come se fossero i balletti il problema).

Tutto questo per dire che quando desideriamo cavalcare i trend e coronare finalmente il grande sogno della nostra vita di diventare influencer stiamo in realtà veicolando la nostra identità e, sempre più spesso, anche la nostra eticità ad una logica che appartiene solo alla piattaforma stessa.

I social come espressione della nostra creatività e del nostro estro non esistono, comandano la musica, i balletti, i format in trend. Format che sono sempre più spaventosi perchè coinvolgono specifiche azioni che sono sempre meno etiche: si vedano gli youtuber che guadagnano milioni filmandosi mentre regalano soldi ai senzatetto, strumentalizzandoli, disumanizzandoli e come se non bastasse,sono pure sponsorizzati da grandi brand che hanno capito che così possono fare miliardi di view. (Loreal, Juventus per citarne due famosi).

Tutto questo per dire che creare e mostrare una comunicazione di Brand deve per forza imporci una riflessione etica, sia come agenzie di comunicazione, sia come aziende stesse. 

Non può ridursi tutto a una non-logica del vale tudo. Questo ancora prima di chiederci se stiamo facendo “green pink social sticaxxi washing?”